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STORIA DEL KRABI KRABONG

  Io e Pongsak ci siamo dati l'appuntamento per la sera davanti al centro commerciale Pata, vuole portarmi a vedere il film storico : "Bang Rajan". Esso è una ricostruzione fedele di uno degli eventi più drammatici della lunga guerra tra Thai e Birmani. Ambientato circa  trecento anni fa durante l'ultimo grande tentativo di conquista Birmano, accadde che in  un villaggio Thai, il cui nome per l'appunto è "Bang Rajan", fu organizzata un'eroica resistenza agli invasori.

  Contadini, uomini, donne e bambini addestrati al Krabi Krabong, opposero una strenua resistenza contro un esercito cento volte più consistente e ben equipaggiato, dotato anche di fucili e cannoni.

  A tutto ciò, quella povera gente, consapevole di non avere scampo, oppose tutto il coraggio e tutta la loro abilità nell'  "Arte Mortale" e, per ben nove volte respinsero gli invasori. Il villaggio era situato in uno snodo strategico per la conquista di Ayutthia, quindi doveva cadere.

  Il capo villaggio inviò alla corte del Re Ekkathat un messo, con l'intento di spiegare quello che stava accadendo e per chiedere uomini e mezzi. Il Re, una persona dissoluta ed indifferente a quello che succedeva, più interessato a scopare le sue numerose mogli che di impugnare le armi, rifiutò qualunque aiuto. Il messo gentilmente allora gli chiese solo dei cannoni, per poter poi contrastare meglio l'armata Birmana che ne era ben fornita. Il Re ancora una volta oppose uno sdegnoso rifiuto e congedò il pover uomo. Solo una manciata di soldati, visto l'accaduto, disertarono, unendosi ai contadini, ma la storia oramai volgeva al suo tragico quanto ineluttabile destino .

  I Birmani cinsero d'assedio il villaggio, posizionarono i cannoni e aprirono il fuoco, non senza prima aver chiarito con gli asserragliati, che sarebbero stati trucidati tutti, dal primo all'ultimo, compresi i bambini, i vecchi, gli animali, e che sulla loro terra avrebbero sparso sale.

  I Thai,  il giorno prima dell'assedio, avevano fuso le armature sottratte ai birmani uccisi nelle precedenti battaglie,  e da un rudimentale stampo in creta ne avevano ricavato un cannone, la cui canna però era ancora troppo calda per essere utilizzata. Fu così che all'apertura delle ostilità, dopo pochi colpi sparati, il cannone esplose, lasciandoli così privi dell'unica arma da fuoco che possedevano.

  Nel film è tristissima la scena in cui madri e padri, abbracciano per l'ultima volta i figlioletti ancora in fasce, per poi metterli nelle mani magre delle nonne, tutti consapevoli che nessuno di loro si salverà.

  Magica l'atmosfera nella quale si svolge l'ultimo atto. Tutti coloro, giovani , vecchi, donne, staccano dal muro le loro micidiali sciabole corte Mee Dab, affilate come rasoi, si radunano al centro del villaggio per eseguire il Ram Awut, le Danze Sacre del Guerriero, recitano i mantra d'unificazione e si preparano al duello mortale con il nemico, con l'unico desiderio di portargli quanta più distruzione possibile.

  Le porte ad un tratto si aprono e, con un grido furioso si lanciano sui Birmani, per un ultima orgia di sangue. I combattimenti sono di una violenza e di un realismo tali da togliere il fiato allo spettatore, tutti combatteranno senza arrendersi, fino all'ultimo, infliggendo all'esercito nemico perdite tali da comprometterne gravemente le forze.

  Moriranno tutti come promesso, ma il loro valore farà scatenare l'orgoglio, l'onore e l'ira, dell'uomo che distruggerà l'esercito birmano, riccacciandolo là da dove era venuto e ancor più sottraendogli terre che gli appartenevano: Tak Sin, colui che sarebbe in seguito diventato il nuovo Re del Siam.

  Questa è in breve, la storia, ma sulle gesta del grande Re Tak Sin tornerò più avanti poichè è stato uno di quei personaggi che più di tutti, ha dato impulso allo sviluppo  del Krabi Krabong.

 

 Quello che succede in Siam,  dopo l'evento storico accaduto a Bang Rajan, è importantissimo per comprendere l'impulso dato al Krabi Krabong e farsi un idea dello spirito indomito di questo popolo. La figure di Re Tak Sin è di così grande valore e di così grandi meriti per la Thailandia che è degno di essere conosciuto più a fondo.

  Egli nacque a Raiong il 7 aprile 1734, quando ancora bambino raggiunse l'età di sei anni venne adottato dal primo ministro e a 7 inviato a studiare nella pagoda Kòsa Wat, sotto la guida del bonzo Thong Di.

  In quel tempo, in Siam, non vi erano scuole, nè pubbliche, ne private. Tutta la cultura era in mano ai Monaci che la conservavano gelosamente, sopratutto per insegnare ai contemporanei e tramandare ai posteri  la dottrina di Buddha, a mano a mano che veniva tradotta o riscritta dal sanscrito o dal Pali o makhot (antica lingua indiana). Essi tuttavia davano anche lezioni e insegnavano a leggere e a scrivere ai figli della famiglia reale, dei nobili e dei funzionari di stato. Ma di solito questi ragazzi si facevano monaci ed entravano in convento anch'essi rimanendovi tutto il tempo necessario a farsi una discreta cultura, terminata la quale potevano scegliere o di continuare la carriera ecclesiastica, che era molto stimata ed ambita, oppure di rientrare in seno alle loro famiglie ed iniziare una carriera governativa o un attività commerciale. Naturalmente studiavano anche le arti marziali, raggiungendo sovente livelli eccellenti.

  Anche il nostro Tak Sin, dopo sette anni di studio, si trovò al bivio. Egli scelse la vita monastica. Fu perciò accolto tra i novizi della pagoda Sam Vihàrn, accedendo al primo dei nove gradini della carriera buddhista. E' in quella pagoda ch'egli incontrò due altri novizi che dovevano poi diventare non solo i suoi più cari amici, ma sopratutto, i suoi migliori collaboratori. Si chiamavano Thong Dùang e Bun Ma, ed erano fratelli.

  Dopo qualche tempo tuttavia, i genitori decisero di toglierli dal convento e di avviarli alla carriera governativa, avviandoli a corte come paggi: Tak Sin nel Palazzo Centrale, del Re, gli altri due nel Palazzo Anteriore, del vicerè. In seguito, Tak Sin e Thong Duan abbandonarono la corte per ritornare in convento e furono ordinati bonzi; il primo nella pagoda Kòsa Wat, il secondo nella pagoda Mahà Talai.

  I due amici, comunque, continuarono a frequentarsi ogni mattina, quando secondo il costume buddhista, tutti i bonzi escono dal monastero per le vie della città per la questua del cibo giornaliero: un solo pasto al giorno, offerto dalla gente e che deve essere consumato entro la mattinata. Si narra che in uno di quei giri, un giorno i due amici si imbatterono in un chiromante che, leggendo loro la mano, predisse che sarebbero diventati entrambi re. I due amici, naturalmente ci risero sopra e proseguirono per la loro strada, ma i fatti poi avrebbero confermato quella predizione.

  Richiamati a corte, dovettero lasciare nuovamente il saio arancione, per riprendere la divisa dei funzionari di stato. Tak Sin fu inviato come vicegovernatore nella città di Tak dove, alla morte del governatore, prese il suo posto, col titolo di Phaià Tak. In seguito il suo protettorato si ingrandì  con l'aggiunta di Phitsanulok e infine, chiamato nella capitale, ebbe l'ordine di correre in aiuto di Phet Buri e poi di collaborare alla difesa di della capitale assediata dai Birmani. La tempo della caduta dell’antica capitale siamese, nel 1767, quando la città destabilizzata era volta alla distruzione, le truppe birmane presero un gruppo di dignitari thai come prigionieri. Tra di loro naturalmente si trovavano anche parecchi esperti di Krabi Krabong che furono presi dal  birmano Suki Phra Nai Kong. Nel 1774 il Re dei Birmani Mangra decise di organizzare nella capitale Rangoon, una celebrazione di sette giorni e sette notti per onorare la pagoda dove erano conservate le reliquie del Buddha: Egli ordinò una presentazione reale di un incontro all’ultimo sangue tra i guerrieri Thai prigionieri e i migliori guerrieri Birmani. Il ring per la Boxe fu eretto dinnanzi al trono e, durante il primo giorno di celebrazioni, un nobile birmano di alto rango costrinse dei prigionieri thai a rendere omaggio al Re Mangra, insultando, deridendo e sfidando il valore dei siamesi. 

   Il Re Mangra dette ordine al boxer birmano di provare le sue affermazioni e si rivolse  ai prigionieri thai chiedendo se qualcuno di loro se la sentiva di accettare la sfida lanciata:  “Chi tra di voi, da solo, avrà il coraggio di ergersi contro i miei migliori guerrieri sconfiggendoli, avrà in cambio la libertà per se e i suoi compagni, e potrà così ritornare nel suo paese come un eroe, diversamente vi farò uccidere tutti!”. Un uomo si alzò in piedi, aveva una vita sottile, un torace grande e spalle possenti; uscì dal gruppo folto dei prigionieri camminando lentamente. Il suo portamento era solenne, i suoi movimenti erano sciolti e fluidi come quelli di una tigre, i muscoli come corde d’acciaio guizzavano sotto una pelle abbronzata; l’insieme incuteva timore e rispetto. I guerrieri birmani si scostarono intimiditi al suo passaggio, si fermò dinnanzi al re senza chinarsi e la sua voce rispose, calma e solenne: “ Accetto la sfida!” Quando i prigionieri thai videro chi era colui che, impavido e senza timore, aveva accolto la sfida estrema, sentirono un sussulto incontenibile di gioia riempire il loro cuore e capirono che il cielo aveva inviato il loro campione; gli Dei avevano fatto la loro scelta. L’uomo, sempre lentamente, a testa alta, si diresse verso il ring che era stato eretto; i muscoli ora parevano tesi come quelli di una tigre mentre si prepara al balzo mortale, gli occhi parevano due tizzoni ardenti: “Il Re si accorgerà fin troppo presto dell’errore che ha commesso” – pare abbia sussurrato il guerriero thai.

   La sua mente ritornava senza sosta alle immagini del suo ritorno nel villaggio, quando ad attenderlo, anziché i sorrisi dei parenti, aveva incontrato le teste decapitate della madre, del padre e della sorella, infisse su dei pali assieme a quelle di tanti suoi amici secondo l’usanza dei soldati birmani. Ripensava all’infanzia felice, all’amore, ai sorrisi, alle carezze e ai consigli saggi della madre, al Krabi Krabong che aveva appreso da un vecchio vagabondo gentile e ai numerosi tornei  di Mae Mai Muay Thai che aveva vinto con quelle tecniche che aveva appreso da quell’anziano generoso. All’affetto di quel povero uomo che, come un padre si era preso cura di lui, trasmettendogli tutti i segreti delle Arti Mortali. Quelle teste lo avevano fissato con i loro sguardi vacui, gli occhi vuoti di ogni espressione; per lui non vi sarebbero stati più sorrisi! Nel cuore gonfio di emozioni, un dolore sordo ed una rabbia cieca invadeva tutti i suoi sensi, solamente un Mantra riecheggiava ritmico come un tamburo nella sua mente: “Vendetta! Vendetta! Vendetta!…ora è giunta l’ora di saldare il conto, di chiudere il cerchio, il vostro Karma è arrivato e sarà tremendo! Io sono il vostro Karma… e non avrò bisogno di lame per compiere la mia opera! Nessuno finora mi ha mai sconfitto a mani nude, non ho mai perso un incontro e non perderò nemmeno questo; a qualunque costo, ma vi ammazzerò tutti come dei cani!”  Un arbitro condusse il prigioniero e lo fece introdurre nel ring, ponendolo dinnanzi al birmano.  I numerosissimi spettatori birmani, venuti ad assistere da ogni parte del paese, lo coprivano di insulti ed ingiurie di ogni tipo, dall’altra parte invece stava il gruppo numeroso dei prigionieri thai, che applaudivano e cercavano di sostenere il loro campione,  nella consapevolezza che le loro vite dipendevano ora completamente da lui.  Quando quest’ultimo fu posto in combattimento con il birmano, iniziò ad eseguire le Danze Sacre Ram Muay, suscitando ancor più la derisione di tutti i birmani. L’arbitro annunciò quindi che la danza era una cerimonia tipicamente thailandese chiamata Ram Muay e Wai Khru, attraverso la quale il Boxer rendeva omaggio e rispetto al suo Re e al suo Maestro. Nai  Khanom Thom si muoveva molto lentamente, invocava la protezione degli Dei, offriva a loro, al suo maestro, alla mamma e alla sorella il suo combattimento. La sua mente ancora una volta sostò dinnanzi al Vuoto e se ne sentì riempire, capì istintivamente che anche gli Dei si erano schierati dalla sua parte e avrebbero lottato con lui, dentro di lui. Quando venne dato il segnale di inizio dell’incontro, questi attaccò come un uragano impazzito il nemico che aveva lanciato le ingiurie, lo raggiunse con una successione di colpi di gomito al torace, finchè l’altro non cadde a terra morto collassato. Combattere contro un uomo come questo era come lottare contro un immane forza primitiva, quelle braccia avevano piegato ogni sforzo del suo avversario, con una facilità che metteva panico e i suoi pugni parevano pesanti come meteore, inarrestabili. L’arbitro giudicò che il K:O: non si doveva considerare un segno di vittoria da parte del thailandese, poiché il lottatore birmano era stato distratto dalla danza dell’altro. Imperturbabile, Nai Khanom Thom dovette confrontarsi con altri nove tra i migliori boxer birmani esperti in Bando e Thaing e ciò naturalmente provocò la reazione indignata degli altri prigionieri che volevano dar battaglia schierandosi al suo fianco. Ma Nai Khanom Thom li fermò, calmo ed implacabile disse loro di non temere, ed accettò di combattere da solo contro qualunque avversario il re birmano avesse scelto per lui, per dimostrare inequivocabilmente l’onore e la volontà del suo popolo di riconquistare la libertà grazie alla superiorità delle sue arti guerriere. Il corpo addestrato del Thailandese intonò una canzone di morte; in una sinfonia di calci, pugni, ginocchia, gomiti, testate, spallate e proiezioni, uno dopo l’altro abbattè con inesorabile ferocia altri cinque  avversari che gli misero dinnanzi; sembrava l’immagine vivente dell’invincibilità primitiva: le gambe aperte e flesse, la testa in avanti, i pugni come dei magli chiusi, una smorfia feroce sul volto, gli occhi che mandavano fiamme. Gli avversari rimasti ora tremavano terrorizzati: per quanto feroci e usi a combattere essi tuttavia appartenevano alla nobiltà, erano cavalieri di alto rango. Il Thailandese appariva invece come un incarnazione della morte; anche stanca e ferita, la tigre può ancora uccidere, e loro avevano già capito: non vi sarebbe stata né speranza, né pietà ad attenderli.  Il suo ultimo avversario fu un maestro di Boxe Birmana che aveva studiato per molti anni in Cina a Shaolin e portava con se la fama di essere un uomo invincibile. Questo grandissimo esperto era venuto dalla lontana città di Ya Kai per assistere alle celebrazioni e offeso dalla bravura del thailandese si era sentito in dovere di sfidarlo. Anche se non era stato ufficialmente invitato a farlo, era una questione d’onore che andava risolta. In una frenetica furia prossima alla follia, Nai Khanom Thom lo attaccò, i muscoli possenti delle sue braccia si contrassero, anticipando i colpi mortali che avrebbero sferrato. Il Boxer Birmano era un guerriero esperto, ma per quanto esperto fosse non poteva sospettare la disperata velocità che riescono a raggiungere i muscoli di un fuoriclasse preparato come il thai. Fu colto di sorpresa, sbilanciato, messo fuori guardia e travolto. Prima ancora che potesse recuperare l’equilibrio, accennare a colpire o anche solo a parare, una gomitata di Nai lo raggiunse furiosamente alla gola. Il risultato finale fu che anch’esso morì straziato dai colpi di Nai Khanom Thom, che prima di finirlo gli volle ruppere una ad una tutte le ossa del corpo, così che potesse fungere da eloquente monito per altri eventuali sfidanti. E così fu ! Il Re Mangra rimase così shockato e sbalordito dalle tecniche di Krabi Krabong che fece convocare Nai Khanom Thom per ricompensarlo e gli chiese se preferiva soldi o delle belle mogli. Il nostro eroe rispose che per lui fare soldi combattendo non era difficile, ma che trovare due brave mogli non era altrettanto facile.

  Così il Re Mangra rispettò l’impegno donandogli due bellissime ragazze birmane della tribù Mon e il nostro eroe tornò con loro e tutto il gruppo dei prigionieri in Thailandia e visse felicemente con esse fino alla fine dei suoi giorni. Egli è considerato il primo boxer Thailandese ad aver dato inizio alla fama di invincibilità  del Mae Mai Muay Thai che poi si è esteso nella figlia Boxe Thai moderna fino ai giorni nostri. Questo episodio è rimasto registrato negli annali della storia birmana ed è tutt’ora consultabile. Esso riporta testualmente: “Anche se a mani nude e senza armi, un singolo uomo fu in grado di sopraffare ed uccidere diversi avversari; il suo talento sembrava magico”. La fama del Muay Thai era cominciata. C’è una sorta di poesia o di cantata che dice:

Non c’è nessun altra arte come quella dei Thai

pugni, ginocchia, piedi e gomiti sono tutti usati

ed il lottatore, non importa la tagli, o quanto piccolo sia

non può essere vinto.

 Tutti i nove campioni birmani furono sconfitti

Dal tailandese Noi Khanom Tom

Il suo nome risuona ancora con grande fama.

 Benché ora sia morto

Il suo nome vive ancora:

 Egli che nacque nei tempi antichi

Ancora viene ricordato.

 Portò la nostra nazione all’onore e alla gloria,

noi tutti lo ammiriamo.

   Torniamo ora al nostro carissimo Tak Sin e vediamo cosa successe a lui, mentre avvenivano i fatti che vi ho sopra descritto. A causa dei fortissimi contrasti avuti con il Re Ekkathat, di cui ho già parlato nella storia di Bang Rajan, dovette presto abbandonare Ayutthia per mettersi in salvo e organizzare, finalmente a modo suo, la difesa della nazione.

  Rifugiatosi a Rajong con i suoi 500 uomini, appena ebbe la notizia della caduta di Ayutthia e del rientro in forze delle truppe birmane, egli si diede subito da fare. Sapeva che molte città e province, per consiglio ed istigazione dei birmani si erano rese autonome, secondo il motto. " divide et impera". Una nazione divisa è sempre più facile  da tenere in soggezione e meno pericolosa di una nazione unita e compatta.

  Ma se ciò faceva comodo ai dominatori, comodo faceva anche a Tak Sin, infatti mentre sarebbe stata un impresa pressochè impossibile, lottare contro l'intera Thailandia unita,  molto più facilmente avrebbe potuto assoggettare città per città e provincia per provincia dal momento che agivano separatamente ed erano perciò più deboli. Bisognava però essere tempestivi e rapidi, prima che gli invasori capissero la strategia ed intervenissero con più massicce forze.

  E Tak Sin non perse tempo. Migliorò il coefficiente di abilità nel Krabi Krabong dei suoi uomini, reclutò i volontari, che per amor di patria gli chiedevano di entrare nel suo esercito e fu tra di loro, tra i più forti combattenti di arti marziali che si distinse Phraia Phiciai, quello che sarebbe in seguito divenuto il Sacro Guerriero dalla Spada Spezzata. Quest'ultimo aveva studiato tutti gli stili e tutte le scuole di Krabi Krabong, vinto tutti i tornei di Mae Mai Muay Thai (pugilato tradizionale antico) e con le armi bianche.  Era un individuo eccezionalmente dotato e con un abilità straordinaria, assolutamente fuori dalla norma, che già aveva ucciso nelle competizioni avversari che erano considerati imbattibili. Egli divenne uno dei comandanti di Tak Sin e sua guardia personale.

  Tak Sin cominciò subito a sottomettersi Ciànthà Buri, la città più vicina, che tra l'altro era stata così scortese da rifiutargli ospitalità e osò dire che non gradiva la presenza di un ribelle, nelle sue vicinanze. Quindi conquistò Chon Buri e molte altre città dell'est; nel giro di pochi mesi, una grande parte delle regioni centro - orientali era in suo potere, mentre il suo prestigio e la sua fama erano saliti alle stelle. Molti governatori si sottomettevano oramai volontariamente, vedendo in lui l'uomo de destino, colui che avrebbe riscattato l'onore della nazione.

  Il suo esercito nel frattempo, da 500 uomini era salito a 5000. Tutti bene equipaggiati e sopratutto ben motivati, entusiasti e decisi a tutto per riguadagnare la loro patria.

  Ancora una volta, i Thai, guidati da un uomo degno di loro, sentirono bruciare l'animo di amor patrio e di un inarrestabile slancio verso la ricostruzione della loro nazione.

  Tak Sin capì allora che era giunta l'ora della riscossa, il momento giusto per disintegrare i nemici , cacciarli al di là dei confini e sterminarli.

  Poichè il grosso della formazione birmana con il suo comandante in capo, sostava nei pressi di Ayutthia, puntò decisamente sulla capitale. Allestita una flotta con un centinaio di imbarcazioni, prese il mare a Chon Buri ed entrò nel fiume Chao Phya e conquistò Thonburi (a Bangkok), facendo decapitare il governatore che si era alleato con i birmani, affinchè fosse monito per tutti gli altri collaborazionisti del nemico.

  Il comandante birmano, alla notizia, inviò un distaccamento delle sue truppe, comandate da Mong Ia, sicuro che non avrebbe avuto difficoltà a reprimere la rivolta e disperdere i Thai. Ma gli uomini di Mong Ia non erano tutti birmani; anzi la maggior parte erano Thai obbligati dai dominatori a combattere per loro. Quest'ultimi, appena giunti nei pressi di Thonburi, disertarono in massa e passarono dalla parte di Tak Sin.

  Mong Ia dovette fuggire a gambe levate e riunirsi con il grosso delle truppe di stanza ad Ayutthia, onde poter opporre una valida resistenza ai Thai oramai risoluti a combattere fino all'ultimo se necessario.

  Questi, corsi all'inseguimento di Mong Ia e i suoi superstiti, lo raggiunsero nè i pressi di Ayutthia che, nonostante l'intervento del comandante in capo Su Ki con tutta la guarnigione, furono completamente sbaragliati e massacrati. La sera prima dell'attacco finale, Tak Sin da l'ordine che i suoi uomini vengano rifocillati di cibo in abbondanza, poi ordina che tutte le vettovaglie vengano distrutte e le cibarie bruciate,  concluderà queste azioni dicendo loro che non vi sarebbero stati altri pasti fino alla presa di Ayutthia.

  Fa chiamare un arciere, che con abilità scaglia una freccia dentro le mura della città, con allegato un messaggio per il governatore: _ Ayutthia è la mia sposa, domani la verrò a riprendere! _.

  Con i cocci dei piatti e dei bicchieri rotti in quella storica occasione  è stato poi edificato il bellissimo Wat Arun, immortalato in tutte le fotografie della Thailandia, in genere al tramonto, quando si staglia verso un cielo rosso, come una grande piramide con le quatto guglie attorno, più basse.

  In quella battaglia cadde lo stesso comandante birmano e Tak Sin potè recuperare un ingente quantitativo di bottino razziato negli ultimi mesi e destinato alla Birmania, e liberando un gran numero di prigionieri nobili, principi e principesse, rastrellati nelle varie città e pronti per essere deportati come ostaggi.

  Questa vittoria dei Thai, segnò definitivamente la liberazione del Siam dal dominio dei Birmani, durato soli sei mesi e Tak Sin fu acclamato il suo grande Liberatore.

  Magnanimo di cuore e dimentico dei torti subiti, Tak Sin volle dare al suo ultimo re, degne onoranze funebri. Fece perciò esumare la sua salma, e la fece cremare con una solenne cerimonia, decise in seguito, dopo aver constatato gli ingenti danni subiti, di trasferire la capitale della Thailandia da Ayutthia a Thonburi, la cittadella che sorgeva sul lato destro del Chao Phya, di fronte all'antico villaggio di Bang Kok.

  Oggi Thonburi è un tutt'uno con Bangkok, ma può esserne considerata il centro storico, la fortuna vuole che la casa di mia moglie, in Siam Ban Khen sia a duecento metri dal Wat Arun, nella zona più bella della città. Qui, Tak Sin nel dicembre del 1768, fu acclamato dal popolo re del Siam.

  Il nuovo re allora onorò Bun Ma, che l'aveva seguito da Chom Buri nella campagna contro i Birmani, del titolo di Phra Maha Montri e lo inviò a chiamare suo fratello Thong Duang, che si era nascosto a Rat Buri per sfuggire ai birmani che occupavano ancora quella zona. Anch'egli fu nominato da Tak Sin generale dell'esercito con il nome di Phra Ràcia Varìn. Da allora in poi i due fratelli furono i più diretti e generosi collaboratori del re Tak Sin, partecipando come comandanti in capo dell'esercito a tutte le campagne di liberazione del Siam dal dominio birmano.

  Rimanevano infatti ancora alcune città, specialmente di confine, ancora sotto la loro dominazione; vi era dunque ancora parecchio lavoro da fare prima di poter impugnare bene la situazione, ma re Tak Sin e i suoi uomini non si persero d'animo, anzi spinti da rinnovato entusiasmo per le vittorie conseguite, proseguirono con sempre maggior impegno nell'opera di unificazione della loro patria.

  Tak Sin, cambiando tattica, decise di non attaccare per il momento i pochi sfigati birmani rimasti in territorio Thai, tanto più che sapeva che la loro madre patria, attaccata dai Cinesi, non avrebbe potuto mandare loro rinforzi. Decise così di concentrarsi per unificare quei territori Thai che ancora erano indipendenti. Avrebbe così potuto disporre di maggiori risorse, sia di viveri che di uomini, per dare l'ultimo colpo di grazia ai birmani e cacciarli per sempre. Inviò messaggeri a Khorat, a Phitsanulok, a Uttaradit, a Nakkhon Si Thammarat, invitando i rispettivi re o governatori a sottomettersi al governo centrale, nell'interesse di tutti. Ma questi non vollero sottomettersi, nè riconoscere lui come re. Tak Sin senza problemi iniziò a " menare le mani", partì dunque con 15.000 uomini e 200 imbarcazioni verso Phitsanulok, ma nel primo scontro rimase ferito ad una gamba e fu costretto a ritirarsi. Nel frattempo in quella città venne a morire il reggente che fu sostituito dal fratello Akon, uomo debole e conciliante che si lasciò sottomettere senza tanti problemi. Mentre si riprendeva, Tak Sin mandò i due fratelli a sottomettere Khoràt, impresa che riuscì felicemente. I due fratelli tornarono a Thonburi col principe Thep Phiphit che, consegnato nelle mani di Tak Sin, venne fatto decapitare per aver sprezzantemente rifiutato di riconoscerlo come re.

  Una volta assicurato il dominio su tutta la parte orientale del Siam, Tak Sin inviò un ambasciatore in Cambogia per annunciare la sua autorità di Re e il suo diritto di riscuotere tributi dagli stati vassalli. Ma il Re Uthai della Cambogia rifiutò entrambe le condizioni.  Allora Tak Sin  spedì verso la Cambogia, da direzioni diverse, due eserciti, comandati dai due fratelli suoi amici, che conquistarono l'uno la città di Siem Rap  (Angkor Vat) e l'altro quella di Battambang, entrambe in territorio cambogiano.; pago di questa conquista, fece poi rientrare i due eserciti.  Passo dopo passo, il re conquistò tutti i territori che voleva, giungendo ad annettersi anche i sultanati della Malesia. A completare la sua opera mancavano solamente Chang Mai, il Laos e parte della Cambogia. La Cambogia per resistergli chiese l'aiuto del Vietnam che glielo concesse, ma quando arrivarono le armate Thai, il Viet Vo Dao o il Vo Vi Nam non sembrarono essere arti molto efficaci.

  Anche i Vietnamiti dovettero piegare la testa e scappare abbandonando l'alleato, così anche la Cambogia divenne territorio Thai e il nuovo governatore fece voto di vassallaggio.

  Conclusa questa felice campagna, mancava al nord Chang Mai, ma proprio in questo tempo, tornarono a farsi vivi anche i birmani che erano riusciti a vincere i Cinesi ricacciandoli dal nord del loro paese.

  Essi avevano inviato due eserciti per riprendersi la Thailandia, uno ad attaccare il nord e l'altro ad attaccare il centro sud. Thong Duan, che sarebbe poi divenuto Chao Phraia Chakri I, cinse d'assedio Chang Mai in attesa che arrivasse anche re Tak Sin, mentre l'altro fratello sbaragliata l'armata birmana a sud si riunì con il primo per lo scontro finale. Finalmente diedero l'assalto, e fu qui che divenne leggendaria la fama di Phraia Pichai; mentre il Re, che non amava stare a guardare dall'alto, combatteva in mezzo ai suoi uomini, vennero circondati. Brandendo le due spade Praia Piciai si diresse decisamente contro gli uomini che stavano arrivando. In un attimo fu su di loro e, senza quasi che se ne potessero accorgere, con la velocità di un lampo ne abbattè tre. La reazione degli altri fu istantanea. Si alzò assordante il rumore dell’acciaio, e sprizzarono scintille quando le sue lame si abbattevano su elmi e corazze. Le spade nemiche frustavano l’aria vuota, e scivo9lavano deflesse sulle sue lame ma, quando lui colpiva, colpiva con la forza e la precisione di un uragano. I birmani, compresa la possibilità concreta di uccidere il Re Thai in persona, accorsero in massa. Ora le figure armate davanti a lui gli sbarravano la strada con una fitta siepe di acciaio. In pochi istanti i soldati gli sarebbero arrivati alle spalle. Il Re venne ferito, per la disperazione, raddoppiò la veemenza dei suoi colpi, che si abbattevano ora come quelli di un martello sull’incudine. Ogni volta che un nemico balzava come un lupo contro di lui, con incredibile rapidità lo colpiva, scaraventando la caricatura insanguinata di un uomo contro le gambe degli assalitori; sembrava essere l’incarnazione stessa della morte. In un istante fu al centro di un uragano di lance, di mazze, di spade che cercavano di colpirlo. Ma lui si muoveva in un accecante turbinio di acciaio. Le lance lo sfioravano, mentre le sue spade intonavano un canto di distruzione. Per proteggerlo il Guerriero combattè implacabile come un pazzo impugnando le doppie spade Dab Song Mue, aprendo un cerchio di morte attorno a se e al re, e indietreggiando con freddezza fino a quando, perso l'equilibrio sotto i colpi dei nemici più numerosi, per non cadere si appoggiò in ginocchio sopra una delle spade, spezzandola. Oramai indifferente a tutto, desideroso solo di dimostrare al suo re che la fiducia riposta in lui era giusta, combattè in questo stato, ossia con una spada e mezza, facendosi largo in mezzo alla torva dei nemici urlanti, lasciando dietro a se una sinistra messe di morti e feriti. Dal nulla, dietro le spalle dei birmani giunse il suono di un aiuto insperato. Si udì il suono di colpi letali. Luccicò il lampo dell’acciaio, nell’aria si levò il grido di uomini colpiti mortalmente alle spalle. In un istante il campo di battaglia si riempì di corpi che si contorcevano a terra nell’agonia. I soldati di Re Tak Sin avevano compreso la gravità della situazione in cui era il loro signore e la sua Guardia del corpo, e si erano affrettati per soccorrerlo; sanguinante e contuso Phraia Piciai sempre combattendo con la muta ferocia del leone ferito, uscì dal campo di battaglia, portando in salvo il suo signore.

  Nel 1773 la città cadde, mentre i pochi birmani superstiti si rifugiarono a Cheng Sen, ultimo loro caposaldo.

  Ricostituita e rinnovata di uomini, l'altra armata birmana nel frattempo aveva riattraversato a sud il confine e dilagava in Thailandia occupando Kan Buri, Rat Buri, Phet Buri, Samut Songkhram, Nakhon Pathom e Supan Buri. Il suo nuovo comandante era Nemio Thihabodì, un vecchio soldato consumato nell'arte militare, era stato l'artefice della caduta di Ayutthia e vincitore delle armate Cinesi. Era di conseguenza un nemico formidabile e il pericolo numero uno per qualsiasi nazione, anche non stremata e logorata dalle continue battaglie come quella Thailandese. Il  compito per Re Tak Sin era dunque dei più ardui e rischiosi, ma essi erano sempre animati da un indomabile slancio giovanile e da una incrollabile certezza nella vittoria finale.

  Decisero di attaccare con tre armate, comandate rispettivamente dallo stesso re,  e le altre due, dai due fratelli. Il generale birmano cambiò allora tattica e spostò il fronte più a nord, sperando di trovare la collaborazione di molte città Thai che erano state a lungo sotto il dominio birmano. Nei dintorni di Phitsanulok, avvenne la madre di tutte le battaglie, la più spettacolare e la più geniale. Sconfitto,il generale Nemio Thimabodì prima di ritirarsi chiese in una tregua di potersi incontrare con il giovane generale Chao Phaia Chakri (Thong Duan), per congratularsi del valoroso ardimento dimostrato in tutte le battaglie contro i birmani, dicendo testualmente che " nessun generale così giovane aveva potuto resistergli tanto, e che, se un giorno la Birmania deciderà di battere la Thailandia, dovrà disporre di un comandante superiore a lui". Concluse il suo elogio, dicendo che "la sua testa meritava la corona di re".

  Con la ritirata di tutte le truppe birmane, la Thailandia otteneva finalmente la definitiva e totale liberazione dal giogo straniero. Nel 1778 la Thailandia conquistò e sottomise, come stato vassallo anche il Laos.

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